“Tenace
monumento dei deserti”: è con questa metafora che viene al meglio descritto il
carattere del fico d'India, frutto coronato di spine
che sopravvive alle aride e secche temperature desertiche.
Per molto tempo, il fico d'india ha rappresentato un simbolo della tradizione Azteca: oggi è fonte di interesse non solo in ambito alimentare ed agricolo, ma anche in quello fitoterapico e cosmetico.
Il nome botanico del fico d'india è Opuntia ficus-indica; il nome del genere
è lo stesso termine usato dagli antichi latini per indicare questa pianta,
presente in alcuni scritti di Plinio il Vecchio e probabilmente derivato dal
nome della città greca antica di Opunte, capitale della regione della Locride
Opuntia. L'attributo specifico è di origine latina e sta letteralmente a
significare 'fico dell'India'. La specie fu qualificata da Miller nel 1768, ma
il nome probabilmente deriva da Cristoforo Colombo, che nel 1493 credette di
essere approdato proprio in India.
Recenti studi genetici indicano che Opuntia ficus-indica è originaria del
Messico centrale. Da qui si diffuse successivamente a tutto il Mesoamerica e
quindi a Cuba, Hispaniola, e alle altre isole dei Caraibi, dove i primi
esploratori europei della spedizione di Cristoforo Colombo la conobbero,
introducendola in Europa. È verosimile che la pianta fosse stata introdotta in
Sud America in epoca pre-colombiana, sebbene non vi siano prove certe in tal
senso; quel che sembra accertato è che la produzione del carminio, strettamente
correlata alla coltivazione della Opuntia, fosse già diffusa tra gli Incas.


