In Italia vengono consumate almeno 300
varietà di pasta diverse, classificabili in base alla composizione (semola di
grano duro o tenero) o al formato. La differenziazione dei formati non è
soltanto uno sfizio estetico ma è, prima di tutto, una questione di gusto. La
pasta, infatti, assume questo o quel sapore in funzione della sua forma e della
sua capacità di trattenere il sugo, forma che risulta la protagonista assoluta
del legame tra condimento e pasta. La divisione più classica delle paste secche
è tra quelle lunghe e quelle corte, lisce o rigate. In generale, le paste
lunghe amano sughi fluidi, liquidi, a base di pomodoro fresco e di pesce,
mentre le paste corte andrebbero abbinate a sughi più densi, corposi e
avvolgenti, come ragù a base di carne e verdure.
Quando si acquista un pacco di pasta in primo luogo bisogna stare
attenti che la confezione sia integra e che riporti la dicitura “farina di
semola di grano duro” e un’umidità che non deve superare mai il 12,5%. Una volta
aperta la confezione, è necessario controllare alcuni requisiti quali il colore
e l’aspetto della pasta. Il colore deve essere omogeneo, giallo ambrato, mai
troppo scuro: un colore troppo “abbrustolito” infatti potrebbe indicare la
presenza di grano tenero e, soprattutto, è il segnale che la pasta è stata essiccata
a temperature troppo elevate, probabilmente per ridurre i tempi di produzione.
Per quanto concerne l’aspetto della pasta,
l’eventuale presenza di puntini neri indica che la produzione è stata condotta
in un ambiente non troppo pulito o che nella semola erano presenti delle
impurità; puntini bianchi, invece, suggeriscono che nella pasta c’è presenza di
farina di grano tenero oppure che il prodotto ha subito un errato processo di
essiccazione. La pasta, infine, non deve presentare bolle d’aria, fessure o
tagli, muffe, larve o parassiti, indicativi di un cattivo stato di conservazione
e confezionamento.





